La leadership che ho imparato da giovane era cartesiana: obiettivi chiari, un percorso definito, il capo davanti che indica la strada. E funzionava, perché il mondo cambiava abbastanza lentamente da permetterci di disegnare una mappa.
Oggi quella mappa può invecchiare in sei mesi. Tecnologie che cambiano il mestiere, clienti che cambiano priorità, un'intelligenza artificiale che riscrive interi processi.
Il leader che pretende di conoscere sempre la strada, prima o poi, rischia di portare la sua squadra nella direzione sbagliata con grande sicurezza.
Non sempre il leader traccia la strada. A volte deve preparare le persone a muoversi quando la strada non c'è.
Preparare, non indicare
Preparare significa tre cose: dare alle persone il contesto per decidere da sole, invece di aspettare sempre un'indicazione. Dare loro fiducia prima ancora che l'abbiano meritata, perché è anche così che imparano a meritarla. E accettare che qualche volta sbaglieranno — proprio come sbaglio io — senza che un errore diventi un motivo per tornare a decidere tutto al posto loro.
Il risultato è una squadra che continua a muoversi anche quando io non ci sono.
Ed è forse questo il vero test della leadership: non quanto le persone ti seguono quando sei davanti, ma quanto sanno camminare anche quando tu non ci sei.